Bagnara CalabraIl Comune di Bagnara Calabra si distende lungo la Costa Viola, nell’omonimo golfo. È facilmente raggiungibile, essendo attraversata dalla A3 Salerno-Reggio (uscita Bagnara Calabra). Si tratta di una rinomata località balneare che conserva le caratteristiche strutturali del porto, ricca di variegate realtà tradizionali come il villaggio dei pescatori, i quartieri collinari o il borgo antico. La splendida spiaggia, l’incomparabile liricità dei paesaggi coi loro proverbiali tramonti, la tenacia dei suoi abitanti, l’economia legata all’antica pratica della pesca del pescespada (vero spettacolo di capacità ed intelligenza popolare), le sue ottime uve e i deliziosi piatti locali (famosi i dolci e i torroni al miele) la rendono meta non secondaria. I costumi e le tradizioni della città consentono di interpretare una delle precipue caratteristiche dell’anima calabrese: il tentativo di sintetizzare le origini montanare dei Bruzi con lo sviluppo parallelo dell’economia marinara. La storia di Bagnara è strettamente legata alle vicende economiche che segnano tutto il sud d’Italia. Il primo nucleo della città risale ai primi anni del Mille, edificato per volere di Ruggero d’Altavilla, che capì l’importanza strategica della sua posizione geografica e vi fece costruire un castello e mura di cinta (di cui restano visibili alcune vestigia). Divenuto feudo dei Ruffo a partire dal 1419, conobbe una grande fioritura mercantile, come testimonia la ricchezza topografica dell’emozionante borgo antico, dedalo di viuzze fitte di residenze signorili e aristocratiche. Intorno al XVI sec. gli aragonesi difesero la costa tirrenica della Calabria dagli attacchi dei turchi provenienti dall’Africa. In quest’ottica, il viceré Consalvo fece costruire la torre sullo scoglio tra le spiagge di Gramà e Marinella quale sistema di monitoraggio dei mari e postazione d’allerta. La rupe di Marturano, alle spalle della città, venne rinforzata con opere accessorie alla precedente fortezza (due muraglie, bastioni aggiuntivi e punti d’avvistamento), sì che la Torre Aragonese è rimasta per secoli simbolo della cittadina (attualmente in restauro). Anche Bagnara restò vittima dei due terribili sismi (1783 e 1808) e, dunque, sono ancora visibili solo i resti delle fortificazioni ed i ruderi di un’abbazia. Intorno al colle di Marturano una prolungata ricognizione archeologica ha dato luce a una vasta raccolta di frammenti ceramici post-medievali (ceramiche smaltate, frammenti di tegole e mattoni) e a due interessanti frammenti di cocci, a bande brune e rosse (databili tra il X ed il XIII sec.), conservati nel Museo d’Arte Sacra dell’Arciconfraternita di Maria SS. Del Monte Carmelo. Il Museo documenta il patrimonio culturale, sacro e archeologico del territorio di Bagnara. La Sezione d’Arte Sacra espone suppellettili e paramenti liturgici del periodo tra il XVIII ed il XIX sec., mentre la Sezione Archeologica documenta i ritrovamenti di età Neolitica, dell’età dei Metalli, fino al periodo bizantino, normanno e moderno. L’Archivio dell’Arciconfraternita contiene numerose testimonianze storiografiche, tra cui una pergamena di Papa Benedetto XIII. Dopo il terremoto del 1783, che rase al suolo la città, gli abitanti presero a costruire una nuova chiesa sul luogo dell’antica parrocchiale di Santa Maria delle Grazie. La costruzione definitiva non fu mai terminata e, dopo il nuovo sisma del 1908, si dette avvio con nuova lena alla costruzione dell’attuale Chiesa del Rosario. La monumentale costruzione si presenta con linee severe ed armoniche, contiene numerosi affreschi, stucchi, marmi, ori e un notevole organo antico. Ma il patrimonio maggiore di Bagnara e di questo lembo di mare è la cosiddetta Costa Viola, straordinaria risorsa naturalistica e geomorfologica, braccio dello Stretto di Messina dai colori cangianti dal blu intenso al porpora. Seppure l’area ancora non riesca a decollare turisticamente, il tratto di costa meriterebbe di essere valorizzato con opere di tutela e salvaguardia ecosostenibile, con un modello di parco antropico sull’esperienza di altri Paesi europei. Occorre valorizzare i reperti antropologici, archeologici e storico architettonici, come pure le attività artigianali ed economiche tradizionali, nonché favorire lo sviluppo di un turismo eco-compatibile, come ad esempio, l’impagabile esperienza della pesca al pescespada. Visitando Bagnara, non è difficile fare la conoscenza di qualche depositario di quest’antica pratica marinara e, con un po’ di savoir faire, riuscire a farsi regalare un’esperienza che lascerà un indelebile ricordo. Con l’avvertenza che i pescatori, gelosissimi del proprio ruolo socio-culturale, non imbarcherebbero mai il turista frettoloso, indisciplinato e magari in cerca di "scatti" originali da far ammirare agli amici al ritorno in città. La pesca e la caccia al pescespada sono le attività più antiche di Bagnara: barche, reti, fiocine, sugheri e quant’altro occorra per quest’impegnativa impresa, sono disposti sulla banchina del porto, ed è consuetudine ammirare, al tramonto o al mattino presto, i pescatori intenti alla preparazione per l’uscita in mare, tra esche multicolori, bellissime barche in legno, magari intonando arcaici canti propiziatori. La "runzata", ad esempio, augura buona pesca a chi si reca in mare di notte: alcuni bimbi vengono posti a poppa della barca mentre gli uomini varano a mare e quando la barca tocca l’acqua, i bambini innaffiano le reti con la pipì, bagnandole per quanto possibile. "A cardata ra cruci" è invece uno sfregio inciso dai pescatori con le unghie sulla guancia destra del pescespada (pare che abbia significato divinatorio ed augurale). L’arte della pesca si è infiacchita negli ultimi decenni, ma stanno tornando in uso le "scialate", riunioni tra pescatori dove si consumavano grandi quantità di "pescestocco" (stoccafisso e patate). La palamatara è la spettacolare imbarcazione da caccia per il pescespada, con un alto pennone (12 metri) si cui s’installa l’avvistatore che, intercettato l’animale, urla e si dimena, indicando ai compagni la direzione presa dal pesce.
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