BovaBova (l’antica Vùa) è l’espressione più significativa della grecità in Calabria e in Europa. La Comunità Montana del Versante Jonico Meridionale è situata all’estremo sud della Penisola italiana e comprende, oltre a Bova, i comuni di Bagaladi, Condofuri, Melito P.S., Palizzi, Roccaforte del Greco, Roghudi, San Lorenzo e Staiti, nel comprensorio ellenofono dell’area grecanica calabrese. Le zone più interne del territorio cadono sotto l’amministrazione del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Il paesaggio è tra i più seducenti d’Europa, incomparabile per i borghi abbandonati, gli ombrosi boschi, le dirupate fiumare e l’arcaico senso d’estraniazione regalato dai silenzi e dalle visioni aspromontane. Lungo la fascia costiera si è attratti dalla striscia di verde costituita dall’esclusiva coltivazione del bergamotto, endemica essenza agrumaria altrove non adattabile, e da altre numerose e rare piante aromatiche officinali di tipo predesertico. Nell’area di Bova natura ed ambiente storico si equilibrano in un fascino antropologico dalla storia plurisecolare. Parte di questo territorio ha un aspetto geomorfologico aspro, è solcata da numerosi corsi d’acqua (fiumare) ed è caratterizzata dalla presenza diffusa di manufatti rurali di età assai antica, denominati genericamente torri. Sebbene in molte altre zone della Calabria interna si rinvengano simili testimonianze, la peculiarità del territorio intorno a Bova consiste nella sorprendente varietà architettonica ed artistica dei ritrovamenti, nonché nella caratteristica organizzazione socio-economica della cittadina. Il paese, infatti, è abitato da alcune persone di età avanzata, custodi del dialetto grecanico e di antichissime usanze e costumanze. Tutte le contrade cittadine sono indicate con l’antico idioma grecanico: Luppari, Chavalli, Brigha, Bucissà, Caloghiero, Milì, Campi, Polemo, Aio, Leo ecc. L’Università della Calabria ha qui un laboratorio permanente di studio e monitoraggio della dinamica di popolazione dei bovesi, con l’intento di scongiurare l’estinzione della comunità linguistica. L’economia di Bova si concentra soprattutto sull’artigianato artistico, che completa l’attività tipicamente silvo-pastorale di questa gente. A Bova è ancora rispettata la distinzione tra attività femminili e maschili. Le donne si dedicano alla tessitura al telaio del lino, della canapa, della seta, della lana e della ginestra, e vendono i prodotti (lenzuola, tovaglie e bellissime coperte artistiche che richiamano la tradizione bizantina) all’ombra di grandi alberi sul ciglio della strada. La lavorazione del legno caratterizza l’artigianato grecanico rurale, essendo il risultato dell’attività manuale dei pastori d’alta quota: la disponibilità di tempo li costringe ad escogitare dei passatempi in verità assai produttivi. La fabbricazione dei vari "plumia", "murcari" e "musulupare" (timbri per dolci e formaggi), flauti, ciaramelle, cucchiai, forchettoni ecc., è tuttora largamente praticata. La figura femminile è quasi sempre ricorrente in questi oggetti, quasi a simbolizzare la lontananza dagli affetti familiari. Le botteghe artigiane presenti nel centro storico di Bova offrono eccellenti lavori di mastri intagliatori che si dedicano alla lavorazione della radica per pipe. Di qualche importanza anche la lavorazione dei metalli e del ferro battuto (che è possibile acquistare ad ottimo prezzo). La storia di Bova inizia già nel neolitico (VIII sec. a.C.). Successivamente un insediamento di Siculi spinse le popolazioni Bruzie verso l’interno, fino alla colonizzazione magnogreca (VI sec. a.C.). La località subì numerose incursioni albanesi e joniche, dalle quali derivarono usi e costumi tuttora presenti. Per tutta l’era greca Bova rappresentò una delle province principali di Atene in Italia (assieme a Locri, Gioia Tauro e Vibo Valentia). In seguito si sviluppò attorno ad un possente castello, che resistette all’assedio da parte dei Saraceni nell’anno Mille. Nel 1099 fu feudo di Guglielmo Framundino, poi dei Vescovi di Reggio. Il Generale Championnet fece di Bova uno dei dieci cantoni del Dipartimento della Sagra (1799). Nel 1806 divenne comune autonomo, ma nel 1807 fu devastata da Francesi e Borboni. Gravi pestilenze, inenarrabili carestie e tragici sismi decimarono ripetutamente la popolazione. Il significato dello stemma della città – un bue e la Madonna col Bambino – deriverebbe dalla leggenda secondo la quale una regina armena avrebbe condotto il suo popolo sul Monte Vùa, che in latino significa Bue, da cui Monte dei Bovesi e quindi Bova. L’originaria evoluzione delle genti grecaniche viene festeggiata con un grande Festival etnomusicale (Paleariza: L’Antica Radice): una kermesse itinerante che tocca le principali città dell’area grecanica, promuovendo per una ventina di giorni tutti i prodotti culturali, rurali, ecoturistici ed artigianali del territorio (informazioni presso Associazione Culturale "I CHORA").
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