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Storia

DALLE ORIGINI ALL'ESARCATO
Ancora oggi è difficile delineare la preistoria del territorio bolognese; sembra certo, comunque, che in un momento imprecisato del paleolitico l’uomo cercò di insediarsi nell’alta pianura e nella fascia collinare della cispadania. Testimonianza di questa presenza, nell’area bolognese, è un'arma in pietra a forma di mandorla, detta amigdala, rinvenuta da Luigi Fantini in uno scavo per fognature, effettuato nella zona di via Parisio, non lontano dalla via Toscana. Soltanto nel neolitico (circa 4-5 mila anni prima della nascita di Cristo) si può parlare di stanziamenti umani sparsi che tendono a convergere gradualmente, durante l’età del rame e del bronzo, verso l’area dell’odierna città fino al determinarsi progressivo, dal IX al VI secolo a.C., di quattro agglomerati tra il Savena (che scorreva più a occidente rispetto ad oggi e non confluiva nell’Idice) e il Reno.

In tali raggruppamenti è riconoscibile il delinearsi protostorico dell’abitato primigenio di Bologna in cui si amalgamano popoli di ceppo ligure, umbro e autoctono, già in contatto con altre civiltà della penisola italica e d’oltremare. Siamo nella prima età del ferro, ma il bronzo è ancora largamente usato, mentre il vasellame di coccio rivela una sempre maggiore finezza e ornati ben caratterizzati. In questa civiltà, già piuttosto evoluta, è presente una particolarità di cui si accorgeranno gli archeologi dell’Ottocento. Nel 1853 Giovanni Gozzadini identificò in un terreno di sua proprietà a Villanova di Castenaso, distante circa otto chilometri da Bologna, un tipo particolare di inumazione: i corpi inceneriti venivano sepolti dentro vasi di argilla provvisti di coperchio conico. In questi cimiteri ricorreva la presenza di un oggetto composto da una lamina di bronzo a forma di mezzaluna e da un manico più o meno lavorato. I ritrovamenti fecero molto riflettere gli archeologi, i quali ritennero di trovarsi di fronte a una nuova civiltà che chiamarono Villanoviana dal luogo del primo ritrovamento. In realtà le caratteristiche riscontrate sembra debbano attribuirsi alla fusione dei costumi e delle usanze dei popoli che convivevano nella zona pedemontana fra il Savena e il Reno e in altre zone cispadane e dell’Italia Centrale.

Quando gli Etruschi arrivarono dalle zone costiere padane e attraverso l’Appennino - dove fondarono poi nei pressi di Marzabotto la città di Misa con la sua acropoli e le sue necropoli, di cui rimangono vestigia eloquenti - mescolarono le loro esperienze civili a quelle degli altri popoli, conferendo peculiarità ancora più marcate alle suppellettili e imponendo poi definitivamente (nella seconda metà del VI secolo) la loro evoluta cultura. L’abitato che diverrà poi Bologna si trasforma e si organizza come città etrusca, Felsina, di cui si può avere un campionario di vita (e di personaggi) nella famosa situla (vaso a tronco di cono) trovata in un sepolcreto della Certosa e databile agli inizi del V secolo a.C. Narra La leggenda che Ocno, fratello di Auleste re di Perugia e da questo esiliato, portò con sé i suoi seguaci oltre l’Appennino fermandosi nella fertile terra degli Umbri e fondando una nuova capitale, cui volle dare il nome del figlio Felsino. Siamo ormai nella seconda età del ferro e all’inizio della vera epoca storica di Bologna.

La vita raffinata degli Etruschi felsinei, che attivano traffici e fungono da punto di collegamento fra l’Etruria dell’Italia centrale, l’Etruria padana e Spina sull’Adriatico, viene improvvisamente interrotta dalle numerose tribù celtiche che calano dalle Alpi. Felsina è conquistata dai Galli Boi nel IV secolo e dominata fino al termine delle guerre puniche, nelle quali i Galli avevano parteggiato per i Cartaginesi. Nel novembre del 216 a.C., dopo la battaglia di Canne, il console Postumio Albino e due legioni furono letteralmente massacrati dai Galli Boi nella porzione della Selva Litana che si estendeva a Nord di Bologna; il cranio del console ucciso, ricoperto di lamine d’oro, venne conservato in un luogo sacro della Bologna gallica, come calice per le libagioni rituali dei sacerdoti.

Dal 189 a.C., dopo che i Galli furono definitivamente sconfitti da Publio Cornelio Scipione Nasica, Felsina - che forse aveva derivato il nuovo nome già dal toponimo celtico Bona che significa "costruzione" - divenne con la denominazione latina di Bononia una colonia romana. Intanto fiorisce il cristianesimo con i suoi primi martiri, San Vitale, Sant'Agricola e San Procolo. La strada voluta dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C., che continuando la via Flaminia attraversava la Gallia Cispadana fino a Piacenza con il nome di via Emilia, non solo assicurò l’approvvigionamento delle legioni, ma conferì alla città l'importante ruolo di centro commerciale, connotandone la vocazione in seguito pienamente confermata. A questo periodo si deve l’impianto viario in parte ancora esistente.

I tempi oscuri incominciarono con il declino dell’Impero e le invasioni barbariche. La via Emilia facilitava ai barbari la loro rapida opera di sterminio. Assediò Bologna, senza poterla espugnare, Alarico con i Visigoti, la saccheggiò Attila con gli Unni, quindi la città fu conquista facile degli Eruli di Odoacre, il quale a Ravenna debellò l’Impero e tentò di imporre una monarchia militare. L’onda dell’invasione gota, come travolse l’effimera fortuna di Odoacre, assoggettò anche tutta l’Italia, ormai aperta a qualsiasi invasore e impotente a difendersi con le proprie forze. Con Teodorico, che dominava ora da Pavia e ora da Ravenna, Bologna fu, per la vicinanza con quest’ultima, sminuita di ogni importanza e successivamente, con l’avvento dei Bizantini di Giustiniano e la costituzione dell’Esarcato, costantemente sacrificata.

Bologna dovette subire anche l’occupazione del re longobardo Liutprando che vi lasciò una guarnigione, la quale si sarebbe poi integrata con il resto della città, dopo alcuni lustri di convivenza non sempre pacifica (727-774 d.C.). Ma i Franchi invocati dal papa e da Ravenna sconvolsero questa situazione, particolarmente con Carlo Magno, che continuando l’opera di Pipino, vincitore dei Longobardi, assunse il titolo di Patricius Romanorum ergendosi quale protettore dell’Esarcato di cui faceva parte Bologna, senza imporre quell’organizzazione feudale già in atto nelle altre terre a lui soggette. Bologna si trovò così città libera, ma esposta dopo lo sfascio dell’Impero carolingio a nuove angherie e incursioni e ben presto coinvolta nel processo di feudalizzazione imposto dalla casa sassone con Ottone I. Bologna feudale fa parte del dominio marchionale del vescovo di Ravenna, fino a quando il conte imperiale Ugo riesce ad affrancarla (XI secolo).

ETA' COMUNALE, PEPOLI, ANTIPAPA
Con il declino dell’Esarcato Bologna accresce la sua importanza facendo propria la tradizione del diritto romano e dando vita, nella seconda metà del secolo XI, allo Studio, la prima Università del mondo occidentale. Sorgono il convento benedettino, presso la preesistente Santa Gerusalemme (Sette Chiese di Santo Stefano) e quello dei Santi Naborre e Felice (Abbadia). L’abitato si estende e la città viene dotata di nuove mura, chiamate del Mille, iniziate nella seconda metà del secolo XI e terminate nel secolo successivo. Nel 1116 Irnerio difende Bologna dalle minacce di Enrico V, il quale gli affida poi l’incarico di Giudice Imperiale della città, alla quale riconosce quelle libertà comunali che le altre città italiane riusciranno ad ottenere solo 70 anni dopo a Costanza. Il tradizionale rispetto per il diritto, tuttavia, induce i giuristi bolognesi ad emettere un verdetto favorevole al Barbarossa, allorché da questo vengono chiamati a Roncaglia, per sentenziare sulle divergenze sorte tra l’imperatore, Milano e altre città lombarde. Il responso causò rappresaglie e vendette che coinvolsero anche Bologna. La città si butta a capofitto nella guerra alle città schierate con l’imperatore e, mentre la Lega Lombarda tiene testa al Barbarossa nel nord, diventa il fulcro della lotta contro Cristiano di Magonza, potente feudatario imperiale, e i suoi alleati. La guerra si conclude con la pace di Costanza (1183), nella quale i Comuni ottengono il riconoscimento dei diritti e della potestà. Il Comune di Bologna, che già nelle aspre battaglie aveva innalzato sul carroccio il bianco stendardo crociato di rosso, entra nel secolo d’oro della sua storia. Ai primi del Duecento si costruisce la sua nuova sede dove oggi si trova il Palazzo del Podestà, grandi opere civili vengono realizzate, si costruiscono nuovi importanti edifici religiosi (S.Francesco, S.Domenico, S.Maria dei Servi, S.Giacomo Maggiore) e l’Università s’ingrandisce acquistando sempre maggiore rinomanza e richiamando da tutta Europa studenti e docenti. La società comunale si organizza, prospera la borghesia del lavoro nelle Corporazioni delle Arti, prendono vita le Compagnie delle Armi. L’istituzione del Podestà (che non è più quella imperiale) , dell’Anzianato e del Capitano del Popolo rendono adeguati gli ordinamenti sul piano politico, amministrativo e militare, consentendo un consolidamento del potere fuori della cerchia muraria e una più incisiva aggressività contro i feudatari del contado, i quali finiranno per scomparire. Purtroppo le fazioni interne, radunate attorno alle famiglie dei Lambertazzi (capi del partito aristocratico) e dei Geremei (schierati con la borghesia artigiana), non lasciano spazio ad una pace duratura; a nulla valgono le parole pacificatrici di San Francesco pronunciate in Piazza Maggiore il 15 agosto 1222 e la presenza di San Domenico, morto l’anno prima a Bologna e qui sepolto. Il 26 maggio 1249 alla Fossalta presso il Panaro, Enzo, re di Sardegna e figlio di Federico II, viene sconfitto dai bolognesi mentre cerca di riaffermare il prestigio del padre in declino. Al termine di una giornata di durissimi combattimenti, Enzo viene fatto prigioniero e rinchiuso nell’allora Palazzo Nuovo del Comune fino al 1272. Ma le lotte intestine continuano a minare la compattezza del Comune; vi contribuiscono il decadimento delle classi mercantili e artigiane, le contese tra i Geremei, divenuti capi della fazione guelfa favorevole al papa, e i Lambertazzi, identificatisi coi Ghibellini favorevoli all’imperatore, le faide tra Galluzzi e Carbonesi, tra Scacchesi (Pepoli) e Maltraversi (Gozzadini). Campeggia, nel travagliato XIII secolo, la figura di Rolandino de’ Passeggeri, notaio e compilatore della famosa Rolandina, una raccolta di precetti notarili. Il valore storico di Rolandino si compendia nella sua opera legislativa, ch’egli svolse quale Proconsole dei Notai, capo della fazione popolare guelfa e dirigente del Comitato dei Cento Cittadini, che governò Bologna dal dicembre 1284 fino all’aprile del 1285, per difenderla dall’insidia dei nobili (Ghibellini) che ne volevano la signoria. Intanto era avvenuto un fatto importante per l’economia bolognese. Nel 1284, poco fuori le mura della città, nei pressi della località La Bova (via Bovi Campeggi) fu costruito un porto sul Reno.
Sul finire del XIII secolo incomincia la crisi delle libertà comunali per l’intensificarsi delle lotte tra le famiglie schierate su fronti opposti. La sconfitta di Bologna a Zappolino nel 1325, ad opera dei modenesi alleati dei ghibellini Visconti presso i quali avevano trovato rifugio i Pepoli scacciati dal Comune e desiderosi di ritornare nella loro città, crea le premesse della signoria. Il grave momento determina la chiamata da parte dei maggiorenti bolognesi del Cardinale Legato Bertrando del Poggetto, invitato ad accollarsi la protezione della città in nome di papa Giovanni XXII. Questo prelato, più guerriero che religioso, inizia subito, a Porta Galliera, la costruzione di una fortezza che gli serve non tanto per difendere quanto per controllare la città. Nel 1334 i bolognesi non rassegnandosi al prepotere del cardinale che vuole di fatto esercitare un governo autoritario, lo scacciano distruggendo la rocca da lui fatta costruire.

Nel 1337 nominano Taddeo Pepoli "generale e perpetuo conservatore e governatore del Comune, del popolo e del territorio bolognese". Il governo del Pepoli risulterà essere giusto, prudente e avveduto; anche il papa, che da Avignone aveva lanciato l’interdetto allo Studio e alla città colpevoli di non volere subire il dominio pontificio, finisce per nominarlo Vicario della Chiesa consentendo che sotto la sua guida Bologna si arricchisca di nuovi prestigiosi edifici e raggiunga un certo splendore. Alla morte di Taddeo Pepoli i figli vendettero la città ai Visconti i quali, nel 1354, la passarono al tiranno Giovanni da Oleggio e, quindi, di nuovo alla Chiesa nel 1360 tramite l’azione decisa del Cardinale Egidio Albornoz, fondatore del Collegio di Spagna. Nel 1378 il Comune riesce ad accordarsi con la Chiesa e, sotto il suo patrocinio, a inaugurare un ventennio di tranquillità. È in questo lasso di tempo che Antonio di Vincenzo progetta San Petronio. Agli inizi del XV secolo il cardinale Legato Baldassarre Cossa, dopo avere scacciato i Visconti, incominciò a perseguire certi piani per essere eletto papa. Nel 1409, durante uno dei più gravi scismi della Chiesa Cattolica Romana, Bologna diventò - proprio per l'intervento del Cossa - sede papale insieme a Roma e ad Avignone. Un papa e due antipapi occuparono contemporaneamente il soglio pontificio: Gregorio XII a Roma, Benedetto XIII, antipapa dei francesi, ad Avignone, Alessandro V - antipapa eletto a Pisa da un conclave convocato dal Cossa - a Bologna, con residenza nel Palazzo degli Anziani (l’attuale Palazzo Comunale). Il 3 maggio 1410 Alessandro V morì misteriosamente e fu nominato a succedergli proprio il Cardinale Legato di Bologna, con il nome di Giovanni XXIII. Bologna continuò a essere sede papale fino al 1414 quando, sollecitato dall’Università di Parigi, fu indetto il Concilio di Costanza che determinò la caduta dell’irregolare triade papale e la nomina, nel 1417, del nuovo papa Martino V.

BENTIVOGLIO E SIGNORIA DELLA CHIESA
Le discordie si riaccendono tra le famiglie Bentivoglio e Canetoli. Antongaleazzo Bentivoglio, figlio di Giovanni, aspira, come il padre, a conquistare la signoria della città e riesce a fare cacciare i Canetoli i quali però, con l’appoggio del papa, lo costringono all’esilio. A questo punto s’impone il Cardinale Legato Scotti, che favorisce il ritorno di Antongaleazzo accolto dai bolognesi con entusiasmo.

Successivamente, temendo che l’autorità pontificia fosse danneggiata, il Cardinale attira in un’imboscata Antongaleazzo, facendolo giustiziare immediatamente. Poco dopo, il papa Eugenio IV entra in Bologna e vi rimane per tutto il tempo in cui hanno luogo le trattative per il Concilio di Ferrara, ma avendo salassato i bolognesi con la scusa delle alte spese conciliari, questi ultimi, guidati dagli amici dei Bentivoglio, nella notte del 21 maggio 1438 prendono le armi e aprono le porte a Niccolò Piccinino, capitano dei Visconti in guerra contro la Chiesa. Lo Scotti viene cacciato e Annibale Bentivoglio, figlio naturale di Antongaleazzo, entra in Bologna accolto dal popolo festante. Tuttavia, la presenza di Annibale sconvolgeva i progetti del Piccinino, che aveva lasciato in città il figlio Francesco. Con l’inganno, Francesco attrae il rivale ad un convito fuori città e lo imprigiona nel castello di Varano presso Parma. La cronaca dei fatti che seguirono si confonde con la leggenda, anche se di essi venne dato un resoconto dettagliato da Galeazzo Marescotti, uno dei protagonisti della vicenda, uomo di grande coraggio e lettore di retorica nello Studio bolognese. Lo stesso Marescotti, insieme a quattro amici, raggiunse dopo giorni di cammino la rocca di Varano attraversando arditamente il territorio nemico e liberò con audace colpo di mano Annibale, il quale fu riportato a Bologna in tempo per guidare la rivolta contro Francesco Piccinino. La fortuna dei Bentivoglio rinfocola l’inimicizia dei Canetoli e durante una festa (che in realtà è un’imboscata) organizzata per cementare la pace fra le due casate Annibale viene ucciso. Galeazzo Marescotti chiama il popolo a vendicarlo. Inchiodato sulla porta del palazzo di Annibale il cuore trafitto di Battista Canetoli è il macabro segnale della vittoria dei Bentivoglio. Bologna avverte ora più che mai l’esigenza di un capo che ristabilisca l'ordine, ma il figlio di Annibale, Giovanni, è troppo giovane e Galeazzo Marescotti e gli altri nobili rifiutano di assumere la signoria. Viene allora chiamato da Firenze un figlio illegittimo di Ercole Bentivoglio, cugino di Annibale. Nominato Gonfaloniere di Giustizia e tutore del piccolo Giovanni, Sante Bentivoglio si dimostra all’altezza del compito, rispondendo felicemente alle aspettative dei bolognesi cui garantisce un lungo periodo di pace. Alla morte di Sante il ventenne Giovanni II diviene signore di Bologna. Siamo nel 1462 e da allora, per otto lustri, il governo illuminato di Giovanni, condotto sulle orme di Sante, dona alla città nuovo prestigio e rinomanza politica, nuovo patrimonio artistico, nuovo impulso alle attività e al progresso civili. Il Rinascimento sboccia a Bologna, lo Studio si ravviva e la declinante importanza del diritto è compensata dall’incremento degli insegnamenti delle lettere greche e latine, della filosofia, della medicina, dell’astronomia. Studiano a Bologna Giovanni Pico della Mirandola e Niccolò Copernico. Viene condotta a termine la costruzione del famoso Palazzo Bentivoglio (nell’area oggi occupata dal Teatro Comunale e dai Giardini del Guasto), giudicato allora fra i più belli e i più vasti d’Italia; nascono ville nel contado e nuove chiese in città. Affluiscono a Bologna gli artisti della Scuola Ferrarese, mentre Niccolò da Bari completa l’incomparabile arca marmorea che raccoglie i resti di San Domenico, il Francia conia bellissime medaglie e dipinge soavi Madonne; Aristotele Fioravanti, il grande architetto cui si deve molto probabilmente l’imponente e armonioso portico del Palazzo del Podestà è richiesto da papi, imperatori, re e sultani. Purtroppo Giovanni II Bentivoglio, sotto l’influenza della moglie Ginevra Sforza, commise parecchi errori nell’ultimo scorcio della sua signoria, attuando una politica tirannica all’interno e sempre ambigua nei confronti degli altri Stati; inoltre i figli, con la loro condotta dissoluta, prepotente e provocatoria, contribuirono ad aumentare l’ostilità dei cittadini verso l’intera famiglia. Gli ultimi anni di potere dei Bentivoglio trascorsero tra sospetti, timori, crudeli repressioni e vendette. Un episodio che provocò definitivamente l’inimicizia dei nobili bolognesi nei confronti della casata fu la famigerata strage della famiglia Marescotti, ordinata da Giovanni II il quale temeva che Agamennone, loro prestigioso capo, intendesse soppiantarlo nel governo di Bologna. Nell’eccidio perirono 240 persone e fino a quando la carneficina non fu compiuta si tennero chiuse le porte della città. A causa di questi fatti, quando Giulio II si appressò con le sue truppe a Bologna nel 1504 per riconquistarla alla Chiesa, i bolognesi aprirono le porte al papa e Giovanni II, insieme alla moglie Ginevra e ai figli, dovette cercare scampo nella fuga.

Nel 1507, dopo un tentativo dei figli di Giovanni Bentivoglio di riconquistare il potere, il popolo bolognese, aizzato da Ercole Marescotti, distrusse il magnifico Palazzo Bentivoglio. Pochi anni dopo, nel 1511, in occasione del temporaneo rientro in città di Annibale Bentivoglio, figlio di Giovanni, fu distrutto un altro capolavoro artistico inestimabile: la statua bronzea di Giulio II, opera di Michelangelo. Scomparso Giulio II, che aveva imposto la supremazia della Chiesa, durante il pontificato del suo successore Leone X trascorrono per Bologna anni di tranquillità durante i quali fioriscono le arti e si compiono opere di abbellimento. Durante il pontificato di Clemente VII i bolognesi assistono alla sfilata del fastoso corteo che accompagna Carlo V in San Petronio, dove l’attende il pontefice per consacrarlo imperatore: è il 24 febbraio 1530. Diciassette anni dopo, una vasta sala del Palazzo Sanuti ospita la grande assise della Chiesa cattolica già convocata nel 1524 a Trento per ricomporre l’unità della cristianità lacerata dalla riforma protestante. Nel clima della riforma religiosa Bologna affronta il secolo XVI riordinata da un punto di vista amministrative e godendo di una certa autonomia politica, fermo restando il dominio pontificio. In realtà, dopo il primo decennio del Cinquecento fino a quasi tutto il secolo XVIII, Bologna è governata da un Collegio o Senato composto da 40 senatori nominati a vita dal Pontefice. Nel XVI secolo Bologna dà i natali a due grandi Papi: san Pio V Ghisilieri, il papa della battaglia di Lepanto e Gregorio XIII Boncompagni, riformatore del calendario. Il Palazzo dell’Archiginnasio, terminato nel 1563 per riunire tutte le scuole dell’Università in un’unica sede e costruito a ridosso della fiancata di levante del tempio di San Petronio, concorre, da un lato, a determinare la decadenza dello Studio per l’eccessivo controllo dello Stato e, dall’altro, a smorzare la velleità dei bolognesi di erigere il più vasto tempio della cristianità. A questo proposito si può dire che la fabbrica della chiesa sia virtualmente interrotta senza speranza proprio in questa contingenza anche se i lavori di costruzione della basilica finiranno in pratica nella seconda metà del secolo XVII; un secolo, peraltro, interessante per il vivacizzarsi dell’economia bolognese sia per quanto riguarda le industrie tessili sia per l’intensa attività di scambi commerciali che viene attivata. La cronaca registra tuttavia preoccupanti crisi nell’agricoltura e la funesta peste, che scoppia in città nel 1630 provocando circa 15.000 morti tra i cittadini. Nel Cinquecento e nel Seicento prosperano le arti, soprattutto la pittura con i Carracci, Guido Reni, Domenichino, Guercino e Crespi, mentre Ulisse Aldrovandi prima e Marcello Malpighi poi gettano il seme che ridarà lustro all’appellativo di "Bononia Docet" con Luigi Ferdinando Marsili e l’istituzione dell’Accademia delle Scienze, nell’ambito della quale si manifesteranno ingegni come Laura Bassi Veratti e Luigi Galvani. Nel secolo XVIII giganteggia la figura del Cardinale Arcivescovo Prospero Lambertini, che diverrà papa con il nome di Benedetto XIV, il quale influisce nelle vicende politiche, economiche e culturali interne. Durante la guerra di successione polacca (1733-38) - che provocò la sostituzione dei Medici nel Granducato di Toscana con la nuova dinastia lorenese e gravi danni e devastazioni nel territorio bolognese da parte delle truppe austriache e spagnole in transito - si verificò una rivolta degli abitanti di Pianoro contro i soldati iberici che avevano commesso sopprusi intollerabili. Per evitare la minacciata rappresaglia di questi il Lambertini scrisse al duca di Montemar, comandante dell’esercito spagnolo, una commovente lettera che lo indusse a desistere dal proposito di incendiare e radere al suolo il paese. La soggezione politica allo Stato della Chiesa è ormai totale e Bologna ne assaggia l’amarezza quando il Cardinale Legato impone il terratico (imposta sui terreni) e milizie pontificie vengono fatte affluire in città per presidiarla senza la consueta legittimazione del Senato. La fine anche formale dei diritti dell’autonomia repubblicana bolognese trovava uniti magistrati, nobiltà e popolo in un’imponente ma sterile protesta; si giunse perfino alla cancellazione della parola "Libertà" dagli stemmi dipinti sulle porte delle case gentilizie. Intanto, gli echi della rivoluzione francese rimbalzano anche in Italia e i cuori dei bolognesi ne vengono esaltati; la tempesta sanculotta e giacobina non ha molto rilievo a Bologna, tuttavia è significativo il tentativo insurrezionale di Luigi Zamboni e Giovanni de Rolandis, nel 1794.

MOTI RIVOLUZIONARI E UNITA' D'ITALIA
Quando Napoleone Bonaparte entra in Bologna, il 20 giugno 1796, trova una città impreparata e disorientata. La riconsegna del governo al vecchio Senato affascina tuttavia gli intellettuali e i notabili, mentre la rimozione del dominio pontificio entusiasma i popolani; si giura fedeltà alla Francia e alle idee della Rivoluzione cui aderisce con particolare consapevolezza la borghesia. Viene promulgata la prima Costituzione bolognese, ma ad essa si sostituisce ben presto quella della Repubblica Cispadana, di cui Bologna diviene capitale, e successivamente quella della Repubblica Cisalpina, in cui Bologna è incorporata come capoluogo del Dipartimento del Reno. Dopo una breve e feroce repressione delle truppe austro-russo-papaline, avvenuta nel 1799, Bologna ritorna ad essere parte integrante della Repubblica Cisalpina, poi entra a far parte della Repubblica Italiana e, infine, del Regno Italico Napoleonico. Allorché l’astro di Napoleone tramonta, dopo tante battaglie vittoriose alle quali avevano partecipato non pochi soldati e ufficiali bolognesi, il Congresso di Vienna riporta l’Italia alla vecchia suddivisione in tanti piccoli Stati e, nel luglio 1815, ha luogo la restaurazione dello stato Pontificio al quale Bologna è assegnata come legazione. La pesante reazione che si abbatte su tutta l’Italia è resa più tollerabile a Bologna dalla moderazione dei Cardinali Legati Spina e Opizzoni, tanto che né i moti costituzionalisti di Napoli, né quelli liberali del Piemonte (1820/21) trovano nella città qualche rispondenza, nonostante sia in qualche modo avvertibile il risentimento provocato dal "motu proprio" di Pio VII che esclude, per Bologna, qualunque diritto politico e qualunque libertà, e nonostante il formarsi delle prime società segrete.

La rivoluzione parigina del luglio 1830 e l’avvento della monarchia costituzionale di Luigi Filippo d’Orleans risvegliano l’antico orgoglio bolognese, in sintonia con i moti liberali che si verificano in tutta Europa. Ciro Menotti prepara a Modena l’azione sovvertitrice, fidando nel Duca Francesco IV, che invece lo fa arrestare. In questa occasione, i bolognesi troncano ogni indugio e scendono uniti in piazza costringendo il Legato ad andarsene; è l’8 febbraio 1831 e il vessillo con il motto "Libertas" sventola nuovamente sul balcone del Palazzo Comunale. Il 26 dello stesso mese, Bologna è proclamata capitale del Governo delle Province Unite (Romagna e Marche) presieduto da Giovanni Vicini, il quale dichiara decaduto il potere temporale della Chiesa. Ma il mancato appoggio della Francia e l'offensiva delle truppe austriache chiamate dal papa, portano Bologna a dover subire l’occupazione straniera. Nell’agosto del 1843 falliscono i Moti di Savigno, che avrebbero dovuto congiungere Bologna e la Romagna. Si giunge così al 1848 quando la febbre patriottica sale, soprattutto nella classe borghese e in quella nobiliare. Bologna è di nuovo scossa da entusiasmi e velleità liberistiche, incoraggiata dall’atteggiamento del Papa Pio IX, che aveva promosso la campagna per la lega doganale fra Stati Italiani e per l’abolizione del dazio sul grano, nonché concesso lo Statuto nello Stato Pontificio. Il barnabita Ugo Bassi accende gli animi con vibranti parole che commuovono la folla; molti accorrono volontari nelle fila di coloro che vogliono liberare l’Italia dallo straniero, ma l’irresolutezza di Pio IX, il tradimento di Ferdinando di Borbone e la sconfitta di Carlo Alberto a Custoza riconducono le truppe austriache fin sotto le mura di Bologna. La gloriosa giornata dell’8 agosto 1848 matura dopo alcune prepotenze degli austriaci - i quali non potrebbero entrare in città per via di un accordo del loro comandante con il Pro Legato - cui rispondono prontamente e duramente i cittadini. Nei giorni 6 e 7 si verificano alcune scaramucce, poi i bolognesi attaccano decisamente le truppe imperiali attestate con due cannoni sull’altura della Montagnola. Alla fine gli austriaci, sopraffatti, fuggono precipitosamente. Nemmeno un anno dopo, tuttavia, conclusa l’esperienza della Repubblica Romana, cui Bologna aderisce, la città è di nuovo occupata dalle truppe del maresciallo Radetzky (16 maggio 1849). Gli anni che seguono sono anni luttuosi per le persecuzioni degli austriaci e per l’epidemia di colera, ma anche anni di preparazione all’insegna della Società Nazionale. Dopo il trionfo delle armi franco-piemontesi in Lombardia, gli austriaci abbandonano definitivamente la città nella notte fra l’11 e il 12 giugno 1859. Il 18 marzo 1860 il governatore Carlo Farini presenta al re Vittorio Emanuele II i risultati del plebiscito: l’Emilia e la Romagna hanno deciso di fare parte del nuovo Regno d’Italia, con una maggioranza schiacciante di voti favorevoli. Il destino di Bologna è ormai legato a quello dell’Italia unita.

 
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